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I PIGMEI BAMBUTI

Dopo la fase empirica e osservativa di lavoro sul campo e quella successiva di interpretazione dei dati raccolti, la ricerca antropologica approda all'ultima delle sue fasi, che, come abbiamo detto in precedenza, consiste nella redazione di una monografia o di un articolo scientifico che presenta i risultati della ricerca.


La monografia etnografica è la base del sapere antropologico; essa ha la stessa importanza delle inchieste in sociologia o degli esperimenti e dei casi clinici in psicologia. È, il punto di partenza delle comparazioni e delle sintesi teoriche contenute nei manuali o nelle trattazioni di storia dell'antropologia. Gli studiosi di orientamento interpretativo sostengono che scrivere una monografia etnografica significa compiere un lavoro di traduzione dalla forma della vita vissuta alla forma scritta. Secondo il già citato Clifford Geertz, il resoconto etnografico salva le culture dall'oblio e permette la conservazione di un autentico patrimonio di umanità.

La monografia etnografica classica descrive la vita di un popolo soffermandosi su alcuni aspetti: il rapporto con l'ambiente fisico, la modalità di procurarsi le risorse (strategia di sopravvivenza), l'organizzazione familiare e della parentela, l'organizzazione sociale e politica, la spiritualità, la creatività. Per fare un esempio di come si articola una descrizione etnografica, abbiamo scelto una popolazione ben nota agli antropologi: i Pigmei Bambuti, il popolo della foresta la cui sopravvivenza è oggi minacciata dallo sfruttamento indiscriminato dell'ambiente in cui vivono, attuato per scopi economici dalle multinazionali con il sostegno dei governi africani. Tracceremo un breve profilo della loro vita sociale, traendo le informazioni dalle opere di 3 antropologi del Novecento che li hanno studiati a lungo: il tedesco Paul Schebesta, missionario cattolico (opera principale I Pigmei Bambuti dell'Ituri, in 3 volumi pubblicati tra il 1938 e il 1950), il britannico Colin Turnbull (Il popolo della foresta, 1961) e l'italiana Maria Arioti (I Pigmei dell'Ituri-Zaire, in Uomini e re. Saggi di etnografia, 1982).


Con il nome "Pigmei" (termine di origine greca che significa "alti un cubito", cioè di piccola statura) si indica un insieme di popolazioni che vivono nelle foreste tropicali dell'Africa centrale, sparse in 7 Stati. Si calcola che attualmente siano circa 200 000 persone. Considerati tra i più antichi abitanti del continente africano, sono di pelle piuttosto chiara e di bassa statura: mediamente gli uomini sono alti 140 cm, le donne 130; questa caratteristica, per cui erano conosciuti fin dall'antichità, è dovuta a un'anomalia ormonale che si è mantenuta con l'isolamento geografico. Il gruppo più ampio e meglio conosciuto è appunto quello dei Bambuti. I Bambuti vivono nelle foreste vergini dello Haut-Zaire, una regione attraversata dall'equatore nella parte nord-orientale della Repubblica democratica del Congo. Il clima è caldo-umido, privo di differenze stagionali, con temperature medie tra i 25 e i 27 0 C; il termometro non scende mai sotto i 17 0 C e non oltrepassa i 34. I Pigmei affascinano gli antropologi per lo straordinario adattamento all'ambiente fisico in cui vivono e la conoscenza profonda della foresta, affinata nei millenni di permanenza nella stessa regione.

I Bambuti sono cacciatori-raccoglitori. Per cacciare la selvaggina usano archi e frecce di legno con punte indurite nel fuoco e intinte nel veleno di serpente, oppure lance (per animali di grossa taglia come elefanti e facoceri) e reti (per le antilopi). La raccolta (tuberi e frutti selvatici, bacche, insetti, larve, miele) è praticata generalmente dalle donne, ma non esiste una rigida divisione sessuale del lavoro, perché la caccia non è preclusa alle donne, che possono parteciparvi come battitrici che stanano la selvaggina, battendo sui tronchi degli alberi o facendo rumore con dei rami trascinati sul terreno, mentre spesso gli uomini raccolgono.

Il 30% della loro dieta proviene dalla carne degli animali cacciati, il 70% dalla raccolta. Dopo ogni battuta di caccia avviene il rito della spartizione della carne, che ha lo scopo di attribuire a ciascuno quello di cui ha bisogno. I Pigmei ricavano dalla foresta tutto il necessario per vivere, però scambiano una parte dei loro prodotti con le popolazioni confinanti di agricoltori bantu o sudanesi. Questi ricevono dai Pigmei prodotti quali miele, carne, erbe mediche, legno da costruzione e danno in cambio oggetti di metallo, vasellame, stoffe, tabacco, prodotti agricoli come banane, manioca, riso, fagioli. L'unità sociale di base per i Bambuti è la famiglia nucleare. Ogni famiglia vive in una capanna a cupola fatta con foglie, rami e fango; nell'accampamento le capanne sono disposte a cerchio attorno a uno spiazzo comunitario dove si conserva il fuoco, ci si lava, si prepara il cibo, si chiacchiera. La donna assolve tutti i compiti domestici, come cucinare, pulire, tenere acceso il fuoco, prendere l'acqua, raccogliere la legna, accudire i bambini piccoli, mentre l'uomo, se non è a caccia, trascorre il suo tempo nello spiazzo comune a conversare con altri uomini o a riparare le armi e gli attrezzi per la caccia. I Pigmei sono monogami ed esogami (è proibito il matrimonio anche tra cugini di 5 grado) e si sposano senza alcuna cerimonia, semplicemente andando a convivere; se non ci sono figli il matrimonio può essere sciolto con facilità, ma quando arrivano i bambini il nucleo diventa stabile. Prima di sposarsi hanno molte esperienze sessuali. Più famiglie di Pigmei Bambuti costituiscono una banda, che è il gruppo di individui legati dallo sfruttamento in comune delle risorse di un territorio. una banda agisce in un territorio di circa 120-150 km e ha dimensioni variabili: più piccola nel caso di cacciatori con l'arco, conta un maggior numero di individui (fino a 60) se si tratta di cacciatori con le reti, attività che richiede un notevole sforzo cooperativo. All'interno della banda vi sono ruoli diversi, attribuiti in base al sesso (uomo-cacciatore, donna-raccoglitrice) o all'età (giovane-abile cacciatore, anziano-saggio consigliere), ma non vi sono disuguaglianze. Periodicamente emergono dei capi, ma privi di effettivo potere, con funzioni di consiglieri o rappresentanti presso altre tribù. Se nascono dei conflitti, la loro risoluzione è affidata al parere degli anziani, ma più spesso è lasciata ai diretti interessati, su cui la banda esercita una pressione sociale diffusa con battute di spirito per sdrammatizzare e calmarli. La coesione sociale all'interno della banda è mantenuta dalla cooperazione nelle attività economiche, dalla spartizione della carne e dai legami di parentela.


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