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L'EVOLUZIONE DEL CONCETTO DI CAMPO


Il "campo" (in inglese field, in francese terrain) è il luogo, materiale e simbolico, in cui una cultura è prodotta e può essere osservata senza mediazioni dagli etnologi, che, all'interno dello spazio così delimitato, raccolgono i dati e costruiscono la loro ricerca.

Nella storia dell'antropologia, il concetto classico di "campo" è quello codificato nell'opera di Malinowski: un territorio circoscritto, di piccole dimensioni, in cui vive una comunità che ha elaborato una cultura originale e riconoscibile. In pratica l'unità di analisi è il villaggio, oppure l'isola, la banda di cacciatori-raccoglitori, la tribù di pastori o la comunità agricola. Elaborato nelle isole del Pacifico, questo concetto di campo fondato sulla coincidenza tra unità spaziale e unità culturale già alcuni anni dopo si rivelò inadeguato a comprendere contesti sociali più ampi e complessi come quelli studiati dagli africanisti: i grandi regni nell'Africa centrale, le antiche città crocevia di culture (Timbuctù), i popoli itineranti o dispersi in ampi territori (Peul, Pigmei).

Nell'epoca attuale, il concetto classico di "campo" ha dovuto fare i conti con i flussi culturali e i processi di fusione tipici della globalizzazione, per cui ogni realtà locale reca in sé le tracce della cultura globale diffusa dai moderni mezzi di trasporto e comunicazione. A questo proposito, l'antropologo statunitense George Marcuse in un articolo del 1995 ha individuato l'emergere di un'etnografia multi situata, ovvero di una ricerca che si svolge in più campi, necessaria, ad esempio, per condurre un'analisi adeguata della diffusione di movimenti politici o religiosi, della condizione degli immigrati o della dispersione di un popolo in seguito a una guerra. In questi casi, i campi possono essere reali (un quartiere cittadino di immigrati, un villaggio africano, un campo profughi, la sede in cui si riunisce una comunità religiosa) o virtuali (siti Internet, forum di discussione, newsgroup).


Un esempio di ricerca multisituata è quella condotta dall'antropologo francese JeanLoup Amselle (nato nel 1942) sullo N'Ko, un movimento filosofico-religioso di rivendicazione dell'identità africana. Lo N'Ko è nato in Mali nel 1949 a opera di Souleymane Kanté (1922-1987), islamista e storico, famoso per aver inventato un metodo pratico di scrittura africana, che si scrive da destra a sinistra come quella araba, ma usa un alfabeto fonetico simile a quello latino. In tal modo, scrivendo, l'africano riconosce la parziale assimilazione della cultura di due storici dominatori, ma esprime anche un'identità propria, né europea né araba. 



DA VICINO E DA LONTANO: I POPOLI STUDIATI OGGI


Anche se negli ultimi decenni si è sviluppata un'antropologia "del noi", che osserva con lo sguardo distaccato e penetrante dell'etnografia le "tribù" di casa nostra, ad esempio i turisti, i passeggeri della metropolitana , i pellegrini in visita a un santuario o il "popolo della notte" che affolla le discoteche, i popoli non ancora o solo marginalmente interessati dalla modernizzazione sono sempre l'oggetto di studio preferito dagli antropologi. Il più conosciuto esponente dell'antropologia del noi, il francese Marc Augé, per fare un esempio, continua la sua attività di africanista e ha più volte dichiarato che in Africa, come in Oceania o in America Latina, c'è ancora molto da studiare. 

 

Non è Comunque necessario recarsi in luoghi lontani per incontrare comunità che tuttora si avvalgono di antiche strategie di sopravvivenza: basti pensare alla transumanza praticata dai pastori di alcune regioni mediterranee, tra cui tutte le regioni alpine, l'Abruzzo e la Sardegna. Si tratta di uno spostamento stagionale di mandrie o di greggi, che d'estate raggiungono zone ad alta quota che sarebbero impraticabili d'inverno. Lo spostamento è breve, 200 km al massimo, e, a differenza della pastorizia nomade, si spostano solo alcuni uomini, mentre le famiglie rimangono nei villaggi per dedicarsi all'agricoltura. Si tratta di uno stile di vita che ha interessato più volte l'antropologia; nel 1990 1'antropologo statunitense Philip Salzman ha creato un gruppo di ricerca di "Antropologia del Mediterraneo" per studiare proprio le comunità pastorali della regione dell'Ogliastra in Sardegna.

Un'altra idea da rivedere è che non ci sia più niente da studiare in Africa o nell'America del Sud perché le culture native si sono contaminate al contatto con l'uomo bianco e hanno perso quell'autenticità, derivante dall'isolamento prolungato, che le rendeva interessanti. Quello dell'autenticità è un mito eurocentrico, perché basta studiare un po' di storia dell'America precolombiana o dell'Oceania per trovare casi frequenti di contatti culturali, prestiti, acculturazione o di conquiste che fanno capire come, ben prima dell'arrivo dell'uomo bianco, si siano verificati mutamenti considerevoli: ad esempio, nell'America settentrionale (Arizona e New Mexico) i Navajo, originariamente cacciatori-raccoglitori seminomadi, appresero dal contatto con i Pueblos (altro popolo nativo americano) alcune tecniche agricole che favorirono la loro sedentarizzazione.

In realtà, ormai da tempo l'antropologia ha incorporato nel suo sapere la dimensione storica ed è interessata allo studio dei cambiamenti, anche quelli conseguenti alla conquista coloniale. In fondo, l'unica scuola di pensiero che studiava le società tribali credendole fuori della storia, collocate in un immobile presente etnografico, per coglierne la struttura e le articolazioni interne senza porsi il problema degli eventuali cambiamenti, è stata il funzionalismo di Malinowski e del suo allievo Alfred Radcliffe Brown (1881-1955).
Di fronte all'antropologo, dunque, oggi si dispiega il mondo intero con le sue trasformazioni. Rimane il fatto che la maggior parte della letteratura antropologica, quella che ha conferito alla disciplina una certa fisionomia, si è applicata allo studio di popoli con strategie di sopravvivenza preindustriali: cacciatori e cacciatori-raccoglitori, pastori nomadi, orticoltori e agricoltori.

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