Il "campo" (in inglese field, in francese terrain)
è il luogo, materiale e simbolico, in cui una cultura è prodotta e può essere
osservata senza mediazioni dagli etnologi, che, all'interno dello spazio così
delimitato, raccolgono i dati e costruiscono la loro ricerca.
Nella storia dell'antropologia, il concetto classico di
"campo" è quello codificato nell'opera di Malinowski: un territorio
circoscritto, di piccole dimensioni, in cui vive una comunità che ha elaborato
una cultura originale e riconoscibile. In pratica l'unità di analisi è il
villaggio, oppure l'isola, la banda di cacciatori-raccoglitori, la tribù di
pastori o la comunità agricola. Elaborato nelle isole del Pacifico, questo
concetto di campo fondato sulla coincidenza tra unità spaziale e unità culturale
già alcuni anni dopo si rivelò inadeguato a comprendere contesti sociali più
ampi e complessi come quelli studiati dagli africanisti: i grandi regni
nell'Africa centrale, le antiche città crocevia di culture (Timbuctù), i popoli
itineranti o dispersi in ampi territori (Peul, Pigmei).
Un esempio di ricerca multisituata è quella condotta dall'antropologo francese JeanLoup Amselle (nato nel 1942) sullo N'Ko, un movimento filosofico-religioso di rivendicazione dell'identità africana. Lo N'Ko è nato in Mali nel 1949 a opera di Souleymane Kanté (1922-1987), islamista e storico, famoso per aver inventato un metodo pratico di scrittura africana, che si scrive da destra a sinistra come quella araba, ma usa un alfabeto fonetico simile a quello latino. In tal modo, scrivendo, l'africano riconosce la parziale assimilazione della cultura di due storici dominatori, ma esprime anche un'identità propria, né europea né araba.
DA VICINO E DA LONTANO: I POPOLI STUDIATI OGGI
Anche se negli ultimi decenni si è sviluppata un'antropologia "del noi", che osserva con lo sguardo distaccato e penetrante dell'etnografia le "tribù" di casa nostra, ad esempio i turisti, i passeggeri della metropolitana , i pellegrini in visita a un santuario o il "popolo della notte" che affolla le discoteche, i popoli non ancora o solo marginalmente interessati dalla modernizzazione sono sempre l'oggetto di studio preferito dagli antropologi. Il più conosciuto esponente dell'antropologia del noi, il francese Marc Augé, per fare un esempio, continua la sua attività di africanista e ha più volte dichiarato che in Africa, come in Oceania o in America Latina, c'è ancora molto da studiare.
Un'altra idea da rivedere è che non ci sia più niente da studiare in Africa o nell'America del Sud perché le culture native si sono contaminate al contatto con l'uomo bianco e hanno perso quell'autenticità, derivante dall'isolamento prolungato, che le rendeva interessanti. Quello dell'autenticità è un mito eurocentrico, perché basta studiare un po' di storia dell'America precolombiana o dell'Oceania per trovare casi frequenti di contatti culturali, prestiti, acculturazione o di conquiste che fanno capire come, ben prima dell'arrivo dell'uomo bianco, si siano verificati mutamenti considerevoli: ad esempio, nell'America settentrionale (Arizona e New Mexico) i Navajo, originariamente cacciatori-raccoglitori seminomadi, appresero dal contatto con i Pueblos (altro popolo nativo americano) alcune tecniche agricole che favorirono la loro sedentarizzazione.
In realtà, ormai da tempo l'antropologia ha incorporato nel suo sapere la
dimensione storica ed è interessata allo studio dei cambiamenti, anche quelli
conseguenti alla conquista coloniale. In fondo, l'unica scuola di pensiero che studiava
le società tribali credendole fuori della storia, collocate in un immobile
presente etnografico, per coglierne la struttura e le articolazioni interne
senza porsi il problema degli eventuali cambiamenti, è stata il funzionalismo
di Malinowski e del suo allievo Alfred Radcliffe Brown (1881-1955).
Di fronte all'antropologo, dunque, oggi si dispiega il mondo intero con le sue
trasformazioni. Rimane il fatto che la maggior parte della letteratura
antropologica, quella che ha conferito alla disciplina una certa fisionomia, si
è applicata allo studio di popoli con strategie di sopravvivenza
preindustriali: cacciatori e cacciatori-raccoglitori, pastori nomadi,
orticoltori e agricoltori.






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